Mantova

Premi il tasto “Play” sulla destra (“▶”) per ascoltare la canzone.
L’audio è mono e di qualità estremamente bassa (meno di 1MB).
Questo accade sia per tenere “leggera” la pagina, sia perché non si intende violare il diritto di autore sulla musica, soprattutto quando –come in questo caso– merita assolutamente l’acquisto.

“Mantova” è la terza traccia dell’introvabile album di David Riondino “Tango dei Miracoli” (1986), uscito solo in edicola per “Tango” con le illustrazioni di Milo Manara.

“Mantova”, di David Riondino

Mantova, alleggerimmi il portafoglio
anche se non diminuì la fé
Ma è difficile entrar nella più forte,
girano l’acque intorno alle sue porte…

Un desiderio d’ombra e d’ametista
morbido, come un manto di velluto
mi sconvolse la mente e poi la vista
come sempre feroce, ma taciuto.
Perché non si trattava di conquista
ma di invitare a un suono sconosciuto
conoscendone i tuffi dentro il cuore,
la tenera impotenza dell’amore.

Notte sospesa dell’Hotel Righini
da una gonfia dolcezza posseduto
quando, cercando ciò su cui ti chini,
per non farti confonder resti muto.
E mentre dentro gridano i violini
non esce il vino fuori dall’imbuto
Tale è la spinta, si dovrìa piuttosto
rompere il tino e immergerla nel mosto.

Certe donne son sempre di nascosto
e san tenere tutto sul sospeso
In lei l’oscuro misurar del costo
ed in me la paura d’un frainteso.
Poi l’emozione, l’ora tarda e il posto
per quanto bello un po’ da malinteso
restò sospesa, lì sull’impiantito,
un vago non capir di aver capito.

L’alba ci colse con la sua dolcezza
un dormiveglia di gesti più belli
mi svegliai con in mano una carezza
e gliela sciolsi a lungo tra i capelli.
Doninzetti alla radio e morbidezza
estenuata, lunga, che cancelli
la sete, e la question restò sospesa
perché non ci fu guerra, e neanche resa.

Ma né l’una né l’altra ricercavo
triste, abbracciato a lungo sul cuscino,
ma un sonno lungo, ed in quel sonno andavo
a misurarmi in alto col destino.
Fuori da tutto ciò che mi fa schiavo
l’arti e le seduzion dell’assassino
Venga pure, e mi faccia impallidire
Ma se viene da sé debba venire

Venne e non venne, come sempre accade
l’equivoco è la cena delle donne
gli piace far la danza sulle spade
e poi dir che si sciupano le gonne
Se pure dio -che pure è dio!- le invade
sempre vergini restan le madonne
E tutto questo poi risulta “onesto”
se “salita” è “discesa”, e il “tardi” è “presto”.

Scesi per i mercati mantovani
che improvvisi si sciolsero nel sole
pieni di stoffe e colori mondani
polli, galline, maglioncini e suore
Trovai, senza cercarle, in quelle mani
altre virtù, più rustiche, brianzole
Un gusto così vivo della vita
che fa sperare che non sia finita

Di questo gusto mi partecipava
e non per cortesia, per quelle piazze
Rideva, e veramente si eccitava
del sole, come fanno le ragazze
E poi guardava tutto, e poi mangiava
i dolci, e poi beveva nelle tazze
coi begli occhi affollati di stupore
e un’allegrezza che stringeva il cuore.

Vivere all’improvvisa non è errore
se si sottenda una tensione nova
come per liberarsi da un dolore
fidando che la vita sia la prova
E lo stupirsi ancora del colore
con un istinto che tutto rinnova
Questo scoprirla fu delle migliori
non sospettando in lei tali chiarori

Una cialtroneria così bambina
un’ingordigia splendida e ribelle
un eccitarsi lungo, di marina,
contemplando pulcini e colombelle
Coinvolgendomi in scelte di vetrina
e restandomi pelle contro pelle
fino a casa di un’altra milanese,
basta che siano in due fanno paese

Civiltà di ragazze meneghine
di tavoli puliti e spazi chiari
questo essere mai donne e mai bambine
misurando gli eccessi ed i denari
Tessendo trame con le loro trine
vivaci, e dire sempre “ma che cari”
come se fosse sempre un frullar d’ali
Ed anche queste due son alte uguali…

Offenbach è geniale quando vuole
crudele, veramente di gran gusto
Storie di dèi cretini e di mariole
nell’Orfeo all’inferno, ben robusto
d’intreccio: Orfeo non ama, né lei vuole,
impegolata di ben altro fusto
Infine il rivoltarsi della storia
si conclude in can-can, pieno di gloria

E nel teatro misterioso e rosso
ancora la magia mi porta in braccio
un popolo di maschere commosso
mi guarda mascherarmi in quel che faccio
Ed ancora son qui che mi sto addosso
impegolato nell’eterno laccio
mentre la grazia obliqua dei saluti
ci fa un po’ più lontani e sconosciuti

Le lascio un nastro ed un registratore
perché senta in privato quei discorsi
e una lettera, scritta con il cuore
d’uno che che aveva il cuore morso a morsi
Lascio tracce possibili d’amore
ma discrete, così, senza scomporsi,
acciocché perlomeno intimamente
non debba io rimproverarmi niente.

Vedremo poi la storia come butta
ma sono saldo e molto meno teso
la mia bandiera batte bella e asciutta
ed io non ho attaccato né difeso
Bisogna ogni bevanda berla tutta
solo così poi ci si leva il peso
Andrà il destino come deve andare
io feci quello che dovevo fare.

Ma certe donne come sono avare,
come la fanno lunga inutilmente,
che è più semplice chieder di scopare
che di avere un incontro più decente
Che è più facile farle sbottonare
in orgiastici rantoli di niente
che avere una misura un po’ più vera
più serena, più calda, più sincera

E raramente sono primavera
neanche le avessi chiesto prestazioni
del tipo «vestiti da bahiadera
e mugolando mordimi i coglioni»
Ma solamente d’esserci, se c’era,
e accompagnarsi con le mie canzoni
E questa obesità, questa lentezza
che mi lasciano un senso d’amarezza

Mah, spero almeno non mi perda il Sony
altrimenti fò voto di comprare
soltanto i trentatré di little toni
e di starmene in casa ad ascoltare
E non trovando la rima con “Sony”
ti saluto, e mi vado a coricare
Dite allo Mastro Zellero che il ghiozzo
cercò la luna, ed affogò nel pozzo.